La luce come spazio possibile

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Massimo Uberti, “Città Ideale, omaggio a Giulio Romano”, (2018) – Mantova, Palazzo Ducale – Neon e trasformatori (courtesy photo: Paolo Bernini)

La Light Art si è costruita in particolare in questi ultimi due decenni una voce interpretativa forte nella scena artistica internazionale.

E in questo ambito, Massimo Uberti è sicuramente una delle figure di riferimento
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Massimo Uberti (courtesy photo: Massimo Uberti)

La luce per una nuova idea narrativa dello spazio abitato dall’uomo e della sua dimensione architettonica.

Il lavoro di Massimo Uberti si è sempre focalizzato nell’articolazione espressiva del paradigma della luce come spazio possibile e rivelato, un luogo che chiede all’artista la testimonianza della sua possibilità di esistere.

Abbiamo incontrato Massimo Uberti per conoscere meglio il suo lavoro e l’approccio seguito per realizzare le sue opere, sia dal punto di vista del loro concept progettuale che sul piano delle tecnologie adottate.

Lo spazio come una scultura di luce

Vuoi raccontare ai nostri lettori qualcosa sulla tua formazione? Quali itinerari hai seguito per maturare le tue competenze e la tua attività come light artist?

“Definerei la mia formazione come quella classica del pittore. Prima in bottega da un maestro che mi ha svezzato nell’uso dei colori. Poi il liceo artistico, l’ Accademia di Brera e successivamente tanto impegno e passione per l’Arte e la sua storia.

La luce è arrivata abbastanza presto nel mio lavoro con l’uso della fotografia in notturna e le prime installazioni con dia-proiezioni. La tridimensionalità si palesa con “Abitare” nel 1999 e da lì in poi è stato un susseguirsi di architetture, spazi, luoghi, disegni e luce”.

Fin dai suoi esordi il tuo lavoro si è posto in stretta relazione con lo spazio, sia quello sociale costruito attorno all’uomo sia quello condiviso, proprio all’architettura. Come ti ha aiutato la luce in quanto strumento a costruire in questi ambiti la cifra espressiva della tua opera?

“Credo che in questo la mia formazione di artista sia stata determinante poiché vedo lo spazio come fosse un unico organismo. Per quanto possa sembrare naif sono convinto che i luoghi abbiano un anima e a me spetta l’onere e l’onore di racchiuderla o espanderla attraverso la luce. Disegno con una matita luminosa, per realizzare sculture in scala reale e per generare, in luce, un nuovo spazio amato”.

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Massimo Uberti, “Loved Space” (Spazio Amato), (2018) – Foglia d’oro, neon e trasformatori (courtesy photo: Fabrizio Stipari)

La Light Art e il rapporto controverso con i musei in Italia

Le istituzioni museali in Italia hanno progressivamente aumentato la loro attenzione verso la light art e i suoi valori in termini di comunicazione. Come valuti oggi nel nostro Paese – anche in confronto allo scenario internazionale – il livello di sensibilità e la capacità critica espressa dai curatori nel presentare il contenuto del tuo lavoro?

“Anche se non amo i paragoni e sono certo di vivere in uno dei paesi migliori al mondo, debbo constatare che nonostante qualche timido tentativo siamo ancora molto, molto indietro da questo punto di vista rispetto al resto del mondo. Le mie commissioni più importanti sono sempre arrivate dall’estero e spesso persino le opere realizzate in e per l’ Italia sono state finanziate da fuori”.

“Detto questo la realtà di oggi vede la presenza di alcuni giovani curatori che stanno lavorando molto e bene. I musei italiani però non acquisiscono ormai da tempo e se lo fanno i fondi e quindi le scelte arrivano da altrove. Non parliamo poi del timore di dover fare manutenzione all’arte contemporanea! Questo paralizza qualsiasi funzionario ancor prima di iniziare un percorso critico. Paradossalmente le amministrazioni pubbliche sono più dinamiche e incuriosite dalle possibili interazioni con i cittadini. In ogni caso all’estero sono decisamente su altre posizioni e quindi gli interventi di arte pubblica sono molti e diffusi, di buona se non ottima qualità”.

A proposito di tecnologie

Parliamo di luce e tecnologie. Negli anni hai lavorato molto e con esiti molto interessanti con le fluorescenti a catodo freddo. Come consideri invece l’utilizzo della tecnologia LED o di altre soluzioni nello sviluppo creativo del concept delle tue opere?“

Negli ultimi anni ho iniziato ad utilizzare la tecnologia LED e ritengo sia un buon materiale ma resto comunque in attesa di una fonte luminosa che emani luce a 360° e che abbia aggiungo almeno una filiera di produzione e smaltimento pari a quella del catodo freddo. Al momento rispetto a questo traguardo “green” siamo ancora molto lontani. Diciamo che sono più interessato al post LED, vedo che qualcosa si sta muovendo e credo che la tecnologia LED attraversi una fase intermedia, che necessita di ulteriore ricerca. Diciamo che sto aspettando gli sviluppi con la terza fase del LED con tutte le sue inevitabili implicazioni”.

Light Art e dimensione urbana della luce/La relazione con il lighting designer

Torniamo un attimo alla relazione fra il museo e il suo ruolo di diffusore culturale e sociale dei contenuti propri al lavoro artistico sul territorio: in questa direzione la light art e con essa alcuni esempi del tuo lavoro mi sembra abbiano assunto negli ultimi anni un ruolo centrale…

“Sì, è vero. In effetti molti dei miei lavori si costruiscono per la “città” ma sopratutto per il cittadino che ne è sia il protagonista che lo spettatore. Altri lavori invece si muovono dentro il paesaggio con la funzione di “ristoro per gli occhi”, assumendo forme e colori in relazione ai luoghi di intervento, con un approccio mai muscolare ma condiviso”.

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Massimo Uberti, “Il faut cultiver notre jardin”, (2015) – Firenze, collezione privata – Neon e trasformatori

Il valore del progetto di illuminazione è un elemento ormai irrinunciabile nella nostra realtà. Nelle tue esperienze hai da raccontarci qualche collaborazione avviata con professionisti lighting designer caratterizzata da un particolare valore aggiunto?

“Ho collaborato spesso con Marco Pollice perché lo considero un ingegnere con l’anima. Del resto devo dire che le mie collaborazioni più che con i lighting designer si svolgono soprattutto con coreografi e scenografi, poeti, industria e Università”.

“Forse sono gli architetti le figure professionali con le quali interagisco più frequentemente. Con loro cerchiamo soluzioni per la costruzione di spazi e opere dentro luoghi speciali. L’ architetto si avvale sempre più spesso della figura dell’artista come “risolutore”, oggi come ieri: per fondere funzione ed estetica sembra non ci sia altra via..”.

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Massimo Uberti, “Casaluce”, (2017) – LED, trasformatori e ferro – installazione realizzata in occasione delle Olimpiadi Invernali in Corea – Como, Collezione Fondazione Volta (courtesy photo: Rohspace)
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Massimo Uberti, “Fulgida”, (2019) – LED, trasformatori e ferro – installazione realizzata per CidNeon, Festival internazionale delle Luci, Brescia – Courtesy: Bresciamusei, Brescia (courtesy photo: Pietro Lazzarini)

Milano. Un progetto Smart per la luce urbana/ Sulla fruizione della luce pubblica

Un’ultima domanda, per concludere questa nostra conversazione. Vedi una possibile convergenza in futuro fra le tue esperienze come light artist e le forme ‘Smart’ della luce ‘pubblica’ delle nostre città? Ovvero, come valuti l’evoluzione di questi scenari per il fruitore urbano e quali rapporti operativi si potranno istituire con il tuo lavoro?

“Ritengo che il rapporto sarà inevitabilmente sempre più stretto e per varie ragioni, una su tutte la qualità della luce che fa sempre più spesso rima con il benessere e la salute della persona. Per questo gli scenari sono in evoluzione. Ho accennato poco fa a cosa succede all’estero e non solo nelle grandi ma anche piccole e medie città. In Italia la città di Milano è in controtendenza e resta molto dinamica con le sue proposte: nello specifico ad esempio con ArtCityLab stiamo organizzando un progetto Smart composto da 2000 candele che ri-disegneranno in Piazza Duomo la città ideale del Filarete in occasione della giornata di “M’illumino di meno”.

“A proposito invece della questione della fruizione della luce permettetemi di raccontare una cosa che mi è successa l’inverno scorso, credo sia abbastanza esemplificativa. Chiamato da una città dell’Emilia per progettare la nuova piazza della città, che nel progetto finale ne inglobava ben tre più piccole, mi chiesero di illuminare i relativi percorsi pedonali, stradali e i parcheggi limitrofi delle auto”.

“Naturalmente declinai l’offerta non ritenendolo un mio compito e qualcosa che nemmeno rientrava nelle mie esperienze, ma insistettero con la proposta di posizionare al centro della piazza una grande scultura luminosa. Accettai quest’ultima richiesta. Sopralluogo dopo sopralluogo, entrato ormai inevitabilmente in confidenza con gli assessori e il sindaco, chiesi: “Per quale motivo avete pensato a me, un artista, e non avete coinvolto un architetto urbanista o un lighting designer, di certo più competenti in materia”? Con mio grande stupore la franchezza della risposta fu: “Vorremmo una luce che trasmetta (la) poesia ai nostri cittadini, siamo stanchi di cose brutte..”

(a cura di Massimo Maria Villa)

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