La luce è l’odore della vista

luce
Massimo Bartolini – “Starless”, (2015 – 2017), diametro 16 m x h 20 cm – 120cm. Luci, ferro, sistema audio. Marni 20th anniversary, Honk Kong (Courtesy: Massimo De Carlo, Milano / London / Honk Kong)

L’artista oggi è forse più di tutti il punto di ricezione, l’elemento trasduttore e rivelatore delle relazioni di senso fra l’uomo ed il suo agire nelle varie dimensioni dei suoi spazi: Massimo Bartolini ha raccontato a LUCE E DESIGN come utilizza e che cosa rappresenta la luce nel suo lavoro. 

luce

Massimo Bartolini (1962) si forma all’Accademia di Belle Arti di Firenze e inizia a far conoscere il suo lavoro in Italia nella prima metà degli anni ’90. Già nel 2001 porta al PS1 di New York per il MoMA le sue opere (con ‘Special Project Untitled (Wave)’).

In Italia sono diverse negli anni le esposizioni realizzate, a partire da “Stanze e Segreti” nel 2000, alla Rotonda della Besana di Milano, per ricordare poi fra le altre nel 2003 quella al Museum Abteiberg di Mönchengladbach, nel 2005 alla GAM di Torino o nel 2008 al MAXXI di Roma.

Bartolini ha preso parte alle edizioni 1996, 2005 e 2008 della Quadriennale di Roma e a differenti edizioni della Biennale di Venezia (1999, 2009 e 2013), oltre che alla dOCUMENTA di Kassel. A Roma gli spazi espositivi di Magazzino Arte Moderna hanno ospitato negli ultimi anni cinque mostre personali dell’artista.

Sulla funzione sociale dell’Arte

L’opera di Massimo Bartolini si costruisce attorno alla sistematica volontà dell’artista di costruire per l’osservatore sempre nuovi e differenti occasioni e scenari che ne approfondiscano la consapevolezza.

La dimensione pubblica di molte delle tue opere ci suggerisce una grande attenzione critica nell’osservare la realtà contemporanea. Quale credi possa essere oggi la migliore funzione sociale per l’Arte?

“L’ arte oggi è costretta a fare molte cose diverse: deve informare ( cioè occuparsi di ciò che apparentemente è irrilevante o non abbastanza indagato dalla corrente delle notizie), educare ( una educazione libera, aperta e irresponsabile) e deve infine essere una zona in cui progettare l‘inutile, l‘insensato, il non necessario, una disciplina che allena alla immaginazione e alla capacita di mettere insieme mondi”.

Una nuova funzione sociale per l’Arte richiede così secondo Bartolini un approccio articolato, dove è la luce ad assumere un ruolo spesso centrale, sia per le sue caratteristiche formali, che per la sua potenza evocativa in termini immaginifici.

La luce nelle tue opere si pone come ‘segnale’, come l’indizio del risultato della nostra azione all’interno dello spazio e del senso dell’opera, è un po’ come la prova della nostra responsabilità umana..

“La luce è l ‘odore della vista, è l’ architettura che più somiglia allo spazio infinito, è un muro che si può oltrepassare, è spazio che è aperto e chiuso allo stesso tempo. Nei miei lavori la luce spesso diventa oggetto, allusione ad un altro spazio, paesaggio, come per esempio in “Mixing Parfums”“My third Hommage”.

luce
Massimo Bartolini – “Mixing parfums”, (2000), 260 cm x 240 cm. Una porta girevole con la luce interna divide in due parti una stanza. Ognuna di queste parti ha 2 profumi diversi, Terra, e Gelsomino che si mischiano ad ogni passaggio attraverso la porta (cortesia: Massimo Bartolini) (Collezione MAXXI, Roma)

Spesso spengo la luce per illuminare la sua mancanza e la sua sorgente come nel lavoro “Arrivi e Partenze”, dove ci troviamo di fronte ad una scritta in cinese realizzata con un tubo neon bianco spento, o il lavoro “25 Aprile 1936” al MAXXI di Roma del 2008 dove una caduta di lampade (‘Chiaro’ di Zumtobel) formava la scritta: ‘Anche Oggi Niente’, o ancora nel recente “Caudu e Fridu” presentato come Evento Collaterale per Manifesta 12 a Palermo. In quest’ultima opera le luminarie siciliane, anch’esse spente, costruiscono un nuovo spazio che eclissa lo spazio esistente, e blocca l’ accesso – ma non la visione – a una stanza illuminata di rosso dalla scritta ‘Caudu e Fridu’ in tubo neon, una scritta che è stata tratta dai graffiti delle celle dell’Inquisizione del 1650 del vicino Palazzo Steri, e replicata 10 volte più grande”.

luce
Massimo Bartolini – “Arrivi e Partenze”, (1997-2010), 70 x 250 cm, alluminio verniciato e tubo al neon spento (Courtesy: Massimo De Carlo, Milano / London / Honk Kong)
luce
Massimo Bartolini – “25 aprile 1936”, (2008), 23 m x 11,70 m. 250 Apparecchi ‘Chiaro’ di Zumtobel, centralina elettronica, ponteggio. Con la caduta delle 100 lampade, appare la scritta ‘Anche Oggi Niente’ (Collezione MAXXI, Roma) (photo: R. Galasso)
luce
Massimo Bartolini – “Caudu e Fridu”, (2018), 10 m x 16 m x 4 m. Lampade, legno. Palazzo Oneto, Palermo (Courtesy: Massimo De Carlo, Milano / London / Honk Kong; Frith Street Gallery, London; Magazzino, Roma) (photo: E.Bialkowska)

Sui Materiali e sulle forme della luce nel tempo

Un altro aspetto che è importante approfondire è in quale tipo di paesaggio nasce l’approccio e il ricorso simbolico di Bartolini alla dimensione naturale, insieme a comprendere come si sia trasformata la presenza della luce e delle sue forme tecnologiche nel suo lavoro.

Il tuo sembra essere anche un lavoro sugli elementi, Terra, Acqua, Luce, Aria sono presenti e attraversati dalla tua riflessione artistica. Qual è in questo senso il tuo approccio?

“Penso che vivere in campagna porti a fare attenzione a questi che preferisco chiamare
materiali piuttosto che elementi. Dove vivo sono circondato da terra e di fronte ho il mare ed un fiume e sopra un cielo grandissimo che si restringe a ovest dove iniziano le colline. Come ti dicevo la consuetudine con certi materiali porta, anche senza troppa intenzione, ad assumerli nel lavoro”.

Potresti raccontare ai nostri lettori come è cambiato nel tempo il significato del tuo utilizzo della luce come strumento e come componente delle tue opere, dal tuo approccio di una decina di anni fa al tuo lavoro di oggi?

“Agli inizi trattavo la luce in modo più astratto e aereo. Mi piacevano molto le lampade agli ioduri metallici per la loro capacità di raffreddare uno spazio e di cancellarlo, quasi smaterializzandolo, mentre con il passare del tempo ho dato risalto anche all’apparecchio di illuminazione, che spesso ho inserito come forma nella forma complessiva del lavoro, così come è capitato con il tubo al neon, con gli apparecchi ‘Chiaro’ e ‘Linestra’ (di Zumtobel).

Nel lavoro intitolato “Bets Machine” per esempio, ci sono 5 apparecchi diversi ognuno con un colore diverso che il poeta Arthur Rimbaud aveva assegnato ad ognuna delle 5 vocali: A nera, E Bianca, I rouge, U verde, O blu. Gli apparecchi si accendono in successione mentre la vocale viene pronunciata da un impianto audio: il ciclo si interrompe dopo una ventina di secondi ogni volta su un apparecchio differente, un po’ come accade con lo scorrere delle figure sul display di una slot machine”.

luce
Massimo Bartolini – “Bets Machine”, (2014), Luci, speaker, centralina elettronica, dimensioni variabili (Courtesy: Magazzino, Roma)

Sulle tecnologie digitali/ Sulla light art urbana

In relazione al tuo lavoro, come consideri le nuove tecnologie legate al mondo del lighting, quali la luce LED e/o le soluzioni e opportunità di gestione digitale e “personale” della luce artificiale?

“Il LED è un bel passaggio verso un miglior utilizzo della energia. Per quello che riguarda il mio lavoro, lo ammetto, preferisco la lampadina ad incandescenza poiché permette dei fade in – fade out molto più modulati e sensibili. Comunque ben venga tutto ciò che può aiutare questo pianeta a resisterci, mi adatterò, anzi mi sto già adattando ai LED. Per quanto riguarda la gestione digitale dei sistemi luce ho collaboratori tecnici molto bravi che se ne occupano. Per me è fondamentale nelle mie opere il controllo preciso dei tempi di attuazione sia delle luci che delle componenti meccaniche”.

Vorrei un tuo punto di vista sulle installazioni di arte urbana che fanno riferimento alla luce, sempre più presenti e diffuse nelle nostre città..

“La luce si presta molto all’ arte urbana, sia perché le nostre città sono già piene di oggetti che aggiungerne altri è spesso inopportuno, sia perché la luce tutto sommato è di solito di più facile applicazione e controllo. Last but not least, perché la luce è un bellissimo esempio che ci ricorda della impalpabilità pulviscolare dello spazio infinito e riesce sempre a suscitare in ognuno di noi un momento di meraviglia”.

Quali sono i nuovi progetti sui quali stai lavorando?

“Da 10 anni lavoro alla trasformazione fisica di organi a canne in elemento architettonico, e proprio in questi giorni sto lavorando ad una stanza nella quale i muri suonano come le canne di un organo”.

(a cura di Massimo Maria Villa)

MAGGIORI APPROFONDIMENTI SULL'ARGOMENTO