La nuova luce negli uffici

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Frank Lloyd Wright – Uffici Johnson Wax administration, Racine, USA (1939)

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parole Guida: WORKSETTING E DIGITAL ECONOMY

Uno dei più celebri tentativi di trasformazione del worksetting di un’azienda è stato certamente quello operato da Frank Lloyd Wright con gli uffici della Johnson Wax a Racine, nel 1939, con l’open-plan sovrastato dai grandi pilastri a ombrello e illuminato dalla luce zenitale.

L’open-space, ottimo per creare socializzazione, condivisione e rapida circolazione di informazioni è, ovviamente, una configurazione dispersiva per chi soffra i rumori e le distrazioni dell’ambiente di lavoro. Una soluzione è lasciare al lavoratore la libertà di scegliersi lo spazio più adatto.

Soluzioni per nuovi spazi

Per rispondere alle esigenze di cambiamento culturale e operativo, le aziende più importanti della Digital Economy hanno promosso, già da diversi anni, una rottura delle consuetudini legate alle postazioni e alle posture, favorendo la creazione di ambienti lavorativi “casual”, adeguati al lavoro dei giovani creativi della rete che – per generare innovazione – non possono pensarsi inchiodati a una scrivania.

Giocosità (playful lounges), movimento, postazioni libere, hanno dato vita così ad un nuovo modo di intendere gli spazi dell’ufficio, popolati da persone che lavorano comodamente su sgabelli o distese su grandi pouf, agevolati dalla libertà della connessione wireless. Naturalmente dobbiamo immaginare questo privilegio concesso ai soli lavoratori creativi, poiché gli impiegati degli uffici tecnici o contabilità non possono, per ora, prescindere da un tavolo con PC e raccoglitori.

Gli uffici di Google, con le loro postazioni lounge, devono aver a tal punto popolato l’immaginario collettivo che, a poche miglia di distanza, nel nuovo grande quartiere generale dell’Apple progettato da Foster Associates, alcuni dipendenti, nell’operazione di trasferimento di due anni fa, si sono rifiutati inizialmente di entrare nelle nuove postazioni di lavoro a box vetrati.

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Uffici Google, Austin (cortesia dell’Autore)

Assecondando l’idea originaria di Steve Jobs, Foster ha concepito il grande edificio circolare (Infinite Loop) come una serie di spicchi che costituiscono altrettante unità operative dette ‘pods’ (baccelli, capsule), intervallate da spazi intermedi di socializzazione e relax aperti sui giardini circostanti.

Gli spazi sono divisi da pareti vetrate, a sottolineare che non esiste più riservatezza e compartimentazione tra i team dei vari dipartimenti, ma interdipendenza, “porosità” e intercomunicazione: il tutto risolto da Foster Associates con un approccio di interior e lighting design razionale e asettico, in omaggio alla filosofia di prodotto dell’azienda.

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Foster Associates Apple Park (2012)
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Foster Associates – Agency R GA, New York (2017)

È chiaro che, sia nel modello Google che in quello Apple, non è possibile prescindere da differenti tipi di esigenze che, secondo i teorici della worksetting innovation sono: il lavoro individuale che richiede concentrazione (focus); il lavoro collaborativo in riunioni di gruppo (collaborate); la socializzazione e le situazioni di co-working (socialize); le presentazioni e gli scambi di informazioni (learn); e i momenti ricreativi (rejuvenate).

Perciò i grandi studi internazionali che lavorano a questi progetti alternano differenti tipi di soluzioni spaziali che vanno dall’open, al lounge, ai cubicles in vetro.

E l’illuminazione?

Il progetto della luce non sembra più seguire, in questo processo evolutivo, i classici approcci relativi allo studio dei compiti visivi, al controllo dell’abbagliamento e delle luminanze: questa perdita di scientificità e dei relativi strumenti e canoni di progetto è in gran parte imputabile al fatto che essi nascevano per rispondere ad esigenze di persone che trascorrevano la giornata lavorativa facendo le stesse cose nel medesimo posto. Si trattava di risposte standard per comportamenti standard.

Oggi la varietà di situazioni, le potenzialità del LED, il grande ruolo riassegnato all’illuminazione naturale e al contatto visivo con l’esterno e, in definitiva, la difficoltà nel decifrare l’estrema mobilità e varietà dei comportamenti lavorativi, sembra favorire soluzioni che prediligono la creazione di una flat light di base omogenea diretta o indiretta, preferibilmente collegata a sistemi di regolazione crepuscolare che contemplino anche la variazione della temperatura di colore (richiesta oggi in molti protocolli di gara internazionali); dall’altro lato ricompaiono i binari elettrificati e le soluzioni di luce flessibile, come se l’ufficio contemporaneo fosse in sostanza un set, in cui il compito visivo è assorbito per la maggior parte dal rapporto della visione con gli schermi dei PC, dei tablet, degli smartphone, dei flatscreen.

Una proposta che da un progettista come Sir Norman Foster che – all’ultimo Fuorisalone di Milano – ha presentato il primo rollable OLED per LG, la prima TV arrotolabile, appare ben consapevole di questa trasformazione.

Oggi che, in virtù di una retorica comunicativa, gli uffici delle aziende digitali sono diventati attrazioni turistiche, rimane tuttavia il dubbio se – all’interno di questo alternarsi dell’occhio tra finestra sul giardino e schermo, tra natura e tecnologia – la luce e il suo progetto potranno ancora ritagliarsi un ruolo significativo.

(a cura di Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

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