L’eccellenza è solo nella specializzazione

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Palazzo Grassi – Punta della Dogana. Pinault Foundation (courtesy: Ferrara Palladino Lightscape)

Il nostro incontro con una delle voci da sempre più attente e critiche sul mondo del progetto di illuminazione e sul ruolo del lighting designer nel nostro Paese: la luce e i suoi scenari secondo Pietro Palladino.

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L’attività dell’ing. Pietro Palladino, che con l’arch. Cinzia Ferrara ha fondato uno studio “storico” di lighting design in Italia, si è strutturata negli anni come un modello di riferimento per i professionisti di questo settore, sia per le esperienze sul campo che per l’attività didattica e di formazione che Palladino – che è stato anche direttore tecnico-scientifico di LUCE E DESIGN – in quanto progettista porta avanti da diversi anni. L’occasione dell’ incontro ci è stata data anche dal nuovo “Manuale del Lighting Designer” che Palladino ha realizzato per la nostra Casa Editrice (vedi il box dedicato nell’articolo) e da alcuni dei temi in termini di responsabilità professionale che questo sottende, in una più generale lettura che abbiamo condiviso con lui sullo stato dell’arte del nostro settore.

La formazione a 360° come valore aggiunto

La storia dello studio del quale sei responsabile con l’architetto Cinzia Ferrara è certamente un punto di riferimento per i professionisti della luce in Italia. Grazie all’attività di studi come il vostro è possibile dire che il lighting designer può avere qualche strumento in più oggi a sua disposizione per qualificare le sue competenze, sia nell’ambito di team di progetto come in termini di network cui riferire e associare la propria attività come progettista indipendente..

“Il nostro Studio (oggi Ferrara Palladino Lightscape) nasce nel dicembre del 1990 come studio associato; a quel tempo in Italia la domanda di progettazione era molto povera, le aziende svolgevano da sempre un’assistenza alle applicazioni supportando i vari professionisti generici – ingegneri elettrici, architetti..

Un’attività come la nostra ha avuto inizio un po’ per induzione dai Paesi anglosassoni e dal Nord Europa; in sede CIE e negli ambiti internazionali della ricerca si è capito che la luce unicamente dimensionata “per vedere” non era più un criterio soddisfacente. In molti cominciavamo a pensare che la luce doveva essere declinata in un altro modo. Così a partire da quegli anni anche noi abbiamo cominciato a lavorare a progetti importanti, come per esempio nel 1995 in occasione del G7 a Napoli per l’illuminazione del Maschio Angioino, o in altre realizzazioni inserite nel programma ENEL ‘Luce per l’Arte’. Le cose sono cambiate, oggi.

La domanda di lighting design c’è e tutti gli interventi di progettazione, ristrutturazione, etc. sono sempre accompagnati da uno studio illuminotecnico. Tuttavia si è venuta a creare una realtà distorta: queste assistenze in buona misura sono fornite ai committenti da altre figure della filiera – distributori o costruttori di apparecchi – che utilizzano l’assistenza alla progettazione come promozione alla vendita.

Questi attori del mercato hanno al loro interno studi tecnici che assistono i professionisti incaricati: il risultato è che il progetto non passa da un binario specialistico, come ci si aspetterebbe, ma è offerto come bonus. Numerosi sono anche i casi in cui le aziende produttrici si rivolgono direttamente alle committenze creando un rapporto diretto nel quale il professionista indipendente non può inserirsi. Non è difficile imbattersi in pagine pubblicitarie in cui aziende fornitrici si attribuiscono la paternità della progettazione illuminotecnica di una specifica realizzazione.

Le considerazione da fare sono due: a una evidente crescita della domanda di progettazione dovrebbe corrispondere una più alta qualità delle realizzazioni; in aggiunta, con gli strumenti e le tecnologie che abbiamo attualmente a disposizione si dovrebbe fare meglio. Non è così, purtroppo: basta andare un pò in giro per rendersi conto che molti nuovi sistemi di illuminazione sono disastrosi. Dietro c’è spesso un’attività di progettazione contrabbandata come tale, ma di fatto insufficiente o di scarsa qualità.

Di questa situazione sono purtroppo complici anche molti professionisti, che per il progetto d’illuminazione non si rivolgono a un collega specialista perchè sono convinti che coinvolgere direttamente un’azienda o un distributore sia più che sufficiente per risolvere i problemi dell’ illuminazione. E questa, ahimè, costituisce una prassi molto diffusa anche per interventi delicati e importanti”.

Dal momento che insegno da tanti anni al Politecnico di Milano – ora sia alla Facoltà di Architettura che alla Facoltà del Design – con corsi monodisciplinari di 48 ore, molti studenti e tesisti hanno l’opportunità di formarsi nel nostro studio. Si è creata quindi una fucina di lighting designer: molti dei miei allievi lavorano in studi o aziende, anche all’estero. Collaborando con noi hanno potuto sviluppare esperienze non solo di progettazione di sistemi di illuminazione ma anche di product engineering di apparecchi.

Disegniamo per aziende importanti (NdR: lo Studio ha realizzato la progettazione di apparecchi fra gli altri per Targetti, Disano, Gewiss, FontanaArte, anche delle parti meccaniche) e questo ha contribuito alla crescita professionale di molte persone. Un caso emblematico che potrei citare è quello di Beppe Iacobino, che si è fermato sette anni da noi e ora è responsabile della DeltaLight in Belgio per i prodotti custom.

Il nostro studio ha una particolarità, che in buona parte deriva dalla complementarietà dei ruoli di ingegnere e architetto, mio e della mia socia, che ci porta a declinare tutti gli aspetti di un progetto con grande completezza di approccio. La capacità di affrontare compiti complessi, anche sul piano della selezione e dell’utilizzo dei materiali, costituisce un importante valore aggiunto del nostro studio.”

Dai materiali alle regole della percezione: che cosa è necessario conoscere

Il progetto della luce e gli spazi della grande architettura contemporanea: puoi raccontare ai nostri lettori due esempi del tuo approccio al progetto in questi contesti?

“Un sistema di illuminazione calato in un contesto storico deve prima di tutto essere sostenibile, quindi non esistono soluzioni preconfezionate, esiste solo quella che tu puoi realmente mettere in opera. Noi disegniamo anche prodotti custom: ad esempio al MuseoPoldi Pezzoli la struttura dei lampadari è stata realizzata in fibra di carbonio ed è stata realizzata da un’azienda che produce manufatti in materiale composito anche per la Marina Militare.

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Milano, il Museo Poldi Pezzoli. Al centro della sala, uno dei ‘luminaire’ progettati dallo Studio (courtesy: Ferrara Palladino Lightscape

Una progettazione speciale ha anche interessato l’Aeroporto internazionale diMilano Malpensa: non soltanto per quanto riguarda le “Ali” ma anche per quanto riguarda gli incassi, che hanno un flusso luminoso di 18000 lumen (una prestazione a quel tempo non di prassi, in quanto il mercato forniva apparecchi ad incasso con flussi massimi di 9000 lumen).

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Aeroporto Internazionale Malpensa. La luce non serve soltanto per vedere ma ha un ruolo insostituibile nella creazione dei pattern visivi (courtesy: Ferrara Palladino Lightscape) (photo: Max Pintus)

In quella occasione si è deciso di realizzare un prodotto ad hoc con un LED COB particolare (fornito da Citizen), utilizzando un heatpipe che potesse permettere una idonea dissipazione termica: la componentistica ha inciso così tanto sul prezzo finale che un’azienda che avesse voluto inserire a catalogo un apparecchio di questo tipo sarebbe stata probabilmente costretta a venderlo ad un prezzo troppo elevato per gli standard di mercato.

In genere l’eccellenza nell’illuminazione è rara: l’eccellenza che viene ricercata dalla committenza in altri settori non viene purtroppo ricercata quando si parla di luce, tranne che in pochissimi casi. Se si comprende il funzionamento del LED e le tecnologie in gioco puoi ottenere qualità, ma devi cercare ciò che vuoi e non accettare quello che ti propongono a scatola chiusa.

A Malpensa abbiamo raggiunto il risultato che ci ripromettevamo, sia in termini di prestazioni (oggi per quel tipo di prodotto sono stati raggiunti flussi di 30.000 lumen e oltre) che in termini di caratterizzazione: le “Ali”, che sono un po’ come grandi abat-jour, creano l’ambiance voluto dell’Area passeggeri non-Schengen.

Una ulteriore conferma che laluce serve per vedere ma al contempo gioca un ruolo insostituibile nella creazione dei pattern visivi per articolare e modulare gli spazi. Alla base dell’illuminazione c’è la percezione: e qui si fa la differenza. Purtroppo, molti imparano le tecniche dell’illuminazione senza preoccuparsi di conoscere i meccanismi della visione.

Nel Duomo di Milano ci siamo invece trovati di fronte a un problema di dimensioni. Abbiamo installato 860 apparecchi a quote altissime, fino ai 32 m. La potenza nominale installata è pari a 25.6 kW contro i 70 precedenti, conferma che una corretta progettazione porta con sé anche il risparmio energetico, ottenuto inviando la luce solo dove serve. Il nostro occhio percepisce le variazioni, i gradienti: non ha senso mettere tutto in luce perché il nostro occhio riempie comunque il vuoto tra due aree illuminate.

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Milano, interno del Duomo. La corretta progettazione porta con sé anche il risparmio energetico, ottenuto portando la luce solo dove serve (courtesy: Ferrara Palladino Lightscape)

Si devono però definire i punti di appoggio visivi. In definitiva, metà del lavoro la fa il LED, che ha un’efficienza superiore rispetto alle sorgenti tradizionali, ma l’altra metà la fa il progettista che stabilisce dove mandare la luce e dove non mandarla. Io dico ai miei allievi di studiare i libri di Vasco Ronchi e di Lucia Rositani Ronchi, testi ancora attualissimi e oltretutto disponibili free su Internet: alla base dell’illuminazione e della progettazione illuminotecnica ci deve essere la conoscenza di come funziona la percezione. 

Gli aspetti percettivi sono ben chiari a un Direttore della Fotografia o a un pittore e allo stesso modo dovrebbero esserli ad un lighting designer. La conoscenza di come la luce viene percepita è la base per adottare un metodo rigoroso: quando progetti un sistema con 860 apparecchi, devi solo puntarli e accenderli. Non devi mai procedere per tentativi, come solitamente si fa quando si installano dei faretti in una vetrina di un negozio. Altro aspetto fondamentale è il feedback.

Recentemente è stata inaugurata l’esposizione della “Cassetta Farnese di Capodimonte” alle Gallerie d’Italia, il cui progetto di illuminazione è stato curato dal nostro Studio. Io ho chiesto a tutti i ragazzi del mio staff di andare a vederla. Il feedback è importante, il progettista può crescere solo se è nelle condizioni di valutare “de visu” ciò che ha progettato.

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Alcuni dei componenti dello staff dello Studio (courtesy: Ferrara Palladino Lightscape)

La formazione è necessaria e la facciamo nelle sedi deputate, ma per forgiare un buon lighting designer è indispensabile fargli vivere da vicino le esperienze professionali. A tal riguardo, in Italia sono ancora pochi gli studi specialistici che possono offrire dei percorsi formativi efficaci”.

I rapporti fra Luce e Colore

Nel nuovo ‘Manuale del Lighting Designer’ in uscita per il nostro Editore hai dedicato uno spazio ampio e approfondito al rapporto fra luce e teoria del colore e ai temi della colorimetria. Quale importanza rivestono per te questi aspetti nell’attività del professionista e quali sono a tuo avviso le carenze prepre
senti oggi nella progettazione?

“..I temi legati al colore sono la cosa più difficile e complessa dell’illuminotecnica. Al colore si sono interessati scienziati di grosso calibro, grandi fisici e matematici (basti pensare a James Maxwell) che hanno cercato di trovare metodi rigorosi per la notazione del colore. Si tratta di qualcosa di molto complesso e i testi didattici di riferimento sono pochissimi. Ho cercato quindi di essere chiaro, dal momento che questo testo nasce anche perché io insegno e lo utilizzo come supporto alle mie attività didattiche.

Purtroppo il colore non è la causa ma la conseguenza, come diceva Edwin Land, fondatore della Polaroid. In effetti tutti pensiamo che il colore sia quello, ma in realtà il colore ci appare come quello, in quanto ci sono tutta una serie di situazioni di contorno che devono essere valutate per definire il colore percepito.

Di solito questo importante dettaglio viene ignorato. Molti parlano di resa del colore, di temperatura di colore e di ellissi di discriminazione senza alcuna cognizione di causa. Lo stesso può dirsi per ciò che riguarda la tecnologia LED. Il nostro sistema visivo ha un comportamento ben preciso: se entro in una stanza non posso giudicare se la luce è calda o è fredda, posso farlo solo se ho un anchoring: se nel campo visivo ho una finestra, percepisco la luce emessa da una lampada a incandescenza come luce gialla; se invece entro in quella stanza con la finestra chiusa e ho solo la lampada a incandescenza come riferimento, dopo un minuto giudicherò quella luce come bianchissima. Questo perché il nostro sistema visivo opera un aggiustamento del bianco, un fenomeno che viene riprodotto nelle macchine fotografiche con speciali software e che invece il nostro cervello è in grado di fare automaticamente.

L’argomento colore deve essere conosciuto in maniera approfondita, è complesso ed è per questo motivo che gli ho dedicato uno spazio molto importante all’interno del Manuale (è anche la parte sulla quale molti degli operatori del nostro settore sono meno preparati). Dobbiamo ricordarci sempre che esiste un regìme metricoin cui esistono determinati punti fermi che ti portano a fare valutazioni precise e oggettive e un regime percettivo in virtù del quale tutto è possibile. Le situazioni di contorno possono essere formulate e rimosse, ma è imprescindibile conoscere le regole del gioco.

Non possiamo dire: questa è la moto per fare il MotoGP 2018, perché in realtà quella moto verrà modificata su ogni circuito. Quindi noi non possiamo dare in regime percettivo una metrica unica: di volta in volta dobbiamo interpretare le situazioni di contorno e per fare questo occorrono conoscenza e spirito di osservazione che chi fa questo lavoro spesso non possiede.

La tecnologia LED e la competenza dello specialista

Un altro aspetto che hai voluto considerare nel Manuale è quello relativo al rapporto tra tecnologia LED e progetto. La conoscenza approfondita delle varie piattaforme LED esistenti sul piano delle prestazioni e dei loro risultati applicativi è una competenza irrinunciabile oggi per un progettista della luce…

“Noi eravamo in difficoltà già quando il LED ancora non c’era, il mercato era già poco formato e i cantastorie già si contavano numerosi…A  Napoli si dice: ‘hai buttato l’acquabollente sulla scottatura’.. L’avvento del LED ha peggiorato la situazione perché alle problematiche tradizionali se ne sono aggiunte altre. Ciò che voglio dire è che se il LED non lavora in certe condizioni e non è costruito e maneggiato con specifici accorgimenti dura meno di una lampada a scarica: questa realtà non è stata ancora ben percepita dai consumatori.

Ma è solo questione di tempo: vivremo una fase di interregno, ma poi l’evidenza si manifesterà e finalmente si comincerà ad approcciare l’illuminazione a LED nel modo corretto. Nella pubblica illuminazione, anche nelle più importanti città italiane, il LED sta dando problemi perché è un componente elettronico delicatissimo che viene esposto ai rischi derivanti da condizioni di funzionamento non ottimali, da reti vecchie, da fenomeni elettrostatici, etc. Se tratti una Ferrari come un fuoristrada prima o poi si rompe.

Altro dettaglio: noi specialisti sappiamo che è meglio non prescrivere i prodotti di determinate aziende perché – pur se ben pubblicizzati – non sono in grado di fornire i risultati attesi. Diversamente, il professionista generico non è in possesso di una capacità critica tale da evitare l’incauta prescrizione ed è così che si compiono i disastri. In questi casi, chi va a proporre il prodotto in qualche modo si approfitta del fatto che chi lo sta accettando non ha la competenza idonea per scegliere.

Tutto ciò premesso, dobbiamo convenire che in un’epoca di grande tecnica e tecnologia l’eccellenza si può perseguire soltanto attraverso la specializzazione. Un radiologo fa un lavoro diverso da quello che fa un cardiologo, eppure sono medici entrambi: tanti professionisti possiedono competenze specifiche ma non nell’illuminazione e ciò nonostante si sostituiscono al lighting designer. Oggi tutti fanno tutto. Del resto, anche un costruttore di apparecchi di illuminazione fa all’occorrenza le veci di un lighting designer…”.

Illuminazione urbana: un modello nuovo da individuare

La luce urbana è un altro capitolo fondamentale in materia di progetto. Le attuali opportunità tecnologiche poste in essere dai temi della Smart City e dalle logiche della luce “connessa” sembrano favorire in questa fase una rilettura e nuovi interventi sul campo. Qual è il tuo pensiero al proposito?

“… All’illuminazione urbana ci devono pensare i Comuni e tutti sappiamo che non navigano nell’oro; di conseguenza, si è consolidato il teorema del massimo ribasso.. Oggi un Comune può preparare un bando di gara senza avere soldi e senza un progetto: un certo numero di attori propongono una soluzione che fa capo a un proprio progetto. Il Comune può anche decidere di incaricare un professionista per redigere un progetto definitivo sul quale preparare la gara.

Il progettista viene poi pagato da chi vince la gara. Nel contratto – solitamente di durata ventennale – è stabilita una cifra che comprende la sistemazione di un certo numero di punti luce, le spese per l’energia elettrica e per la manutenzione. Esiste innanzitutto un problema di metodo: l’ apparecchio che viene installato sulla tangenziale di Milano costa 150 Euro; se devo installare una lanterna in ottone in centro o addirittura recuperarne una del 1920 il costo potrà essere di 1000 Euro o più.

Si dovrebbero allora fare due gare: si prende il piano urbanistico di cui tutti i comuni sono dotati e in cui è delimitato il centro storico e si prepara un bando soltanto per il centro storico, con prezzi, canoni e altri indicatori di valutazione ben precisi. Poi si prepara un altro bando per tutto il resto della città, ed in questo caso i prezzi, le logiche e le priorità saranno tutt’altre. Occorre considerare che l’attore che si aggiudica la gara non è una onlus, ovviamente, e deve attenersi alle regole del mercato, per cui in tanti casi si realizzano sistemi d’illuminazione stradali economici perseguendo il più possibile il risparmio energetico.

Appare evidente che per le zone di conflitto l’approccio dovrebbe essere ben diverso: per una zona pedonale il fruitore principale è il pedone, che ha una sua quota di osservazione, che necessita di un particolare regime di adattamento visivo, etc.. Non ti nascondo quindi che io progetto poco l’illuminazione pubblica, in quanto mi è difficile creare un valore aggiunto.

Le cose o sono obbligatorie o sono proibite… o comunque limitate da budget che non consentono di andare oltre. Anche qui si tratta, a mio parere, di una fase di transizione che passerà: prima o poi si comincerà a prendere coscienza, a capire che un sistema a luce LED non dura vent’anni (se dopo tre si è costretti a cambiare una media di 20 o 30 apparecchi al giorno su una parco installato di 20.000….). Anche in questo ambito è auspicabile che prima o poi i Comuni comincino a rivolgersi agli specialisti…”.

Lo status del professionista e il futuro del lighting designer

Come vedi oggi l’attività del professionista della luce in Europa e oltreoceano? C’è qualche problematica condivisa ma soprattutto quali sono le differenze con lo scenario italiano?

“… Il nostro lavoro è ben considerato nei Paesi anglosassoni e nell’Europa del Nord. Circa dodici anni fa ho contato ad Amman almeno dieci cantieri di Norman Foster, che è solito affidarsi al suo lighting designer inglese o americano (e il suo nome lo puoi leggere dal cartello lavori). I nostri studi di architettura sono più piccoli e culturalmente non sono orientati al lighting designer (più facilmente preferiscono un rapporto diretto con l’azienda costruttrice di apparecchi). Pertanto, il lighting designer straniero lavora perché c’è una vera domanda e/o perché il collega architetto si avvale della sua professionalità… Quello che accade in Italia è un fenomeno tutto nostro….

Al contrario, in Inghilterra e negli Stati Uniti, ma anche in Francia e in Germania, o in Scandinavia, le aziende costruttrici hanno un grande rispetto per i prescrittori. In questi Paesi esiste una coscienza professionale molto più forte, quindi la categoria c’è, esistono da tempo scuole, master, mentre noi abbiamo appena iniziato.

Del resto la IESNA, la prima associazione di settore, è nata in America nel 1903, e noi parliamo di fatto anglosassone perché tutte le specifiche normative che abbiamo sono anglosassoni, la letteratura tecnica l’hanno fatta loro ed è quindi comprensibile che a livello professionale i nostri colleghi abbiano già da tempo raggiunto uno status più elevato”.

La formazione universitaria e il futuro del lighting design. A che punto siamo e quali scenari vedi possibili per lo status e il riconoscimento giuridico di questa professione? Qual è il tuo rapporto con gli architetti?

“… Lo status di un riconoscimento professionale ci potrebbe essere solamente se avessimo un corso di laurea, anche di tipo magistrale in Lighting Design, il che significa almeno venti esami e tante materie tra le quali anche i temi di cui parlavamo prima, come la percezione ecc…Non stiamo però facendo grossi passi avanti in tale direzione: ad oggi abbiamo dei corsi di progettazione illuminotecnica nelle nostre università, che sono strumenti didattici importanti, anche se con estensioni temporali che non permettono di approfondire i temi specifici. …Solo ai più fortunati si presenterà l’opportunità di approfondire la materia, ovvero di seguire un tirocinio in una struttura professionale.

Per quanto concerne il riconoscimento giuridico della professione, siamo a un punto fermo: anche le associazioni di comparto (AIDI, ASSIL, APIL, etc) non riescono a giungere a risultati concreti, e questo anche perché oggettivamente sussistono regole e leggi che rendono la cosa quasi impossibile. Oggi noi utilizziamo molti apparecchi realizzati da startup (un esempio è LedLinear), realtà che sono attente alla qualità, visitano gli studi, propongono il loro lavoro, ascoltano e instaurano una forma di rapporto collaborativo con il progettista. Insomma più concretezza e meno arroganza.

Lavorare in collaborazione con un architetto è possibile….io ho ad esempio lavorato con Tadao Ando, uno dei più grandi, tra le altre cose considerato in Giappone eroe vivente ( i Giapponesi non aspettano che tu muoia ma ti fanno eroe vivente prima), che si è trovato in linea con il nostro lavoro. Insieme abbiamo realizzato Palazzo Grassi, Punta della Dogana e il Teatrino di Palazzo Grassi, e posso dire che l’atteggiamento dell’architetto straniero verso il lighting designer è completamente diverso: l’obiettivo comune rimane l’eccellenza e ciascuno mette concretamente sul piatto le proprie capacità. L’evoluzione è sempre il frutto di uno scambio equilibrato e corretto fra domanda e offerta, ognuno però all’interno del proprio ruolo”.

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Palazzo Grassi – Punta della Dogana. Pinault Foundation. Una delle sale espositive (courtesy: Ferrara Palladino Lightscape)

Per concludere, uno sguardo sul futuro a medio termine: come si evolveranno a tuo avviso le dinamiche di mercato per la filiera della luce in Italia e in questo ambito quale spazio potrà trovare la nuova generazione dei ‘designer della luce’?

“Devo dirti che le preoccupazioni che mi stanno assalendo oggi non le ho mai avute prima. In passato i lavori importanti arrivavano nei centri di eccellenza: oggi prendono altre strade. È un paradosso. Sono molto preoccupato perché non so se fra qualche anno esisteranno più studi come il nostro. La cosa grave è che in questo modo perderemmo quei pochi centri di formazione che abbiamo.

Noi siamo gli unici che possono insegnare, perché facciamo le cose, siamo quelli che sanno mettere la macchina in pista e vedere se gira nel modo giusto. Se queste realtà professionali moriranno – specie in un settore dove l’Università è arrivata tardi e nel quale esse svolgono un ruolo formativo complementare – il danno sarebbe incalcolabile. In definitiva non penso che questo accadrà, almeno finchè ci sarà qualcuno che cercherà l’eccellenza.

Anche se i segnali sono preoccupanti, perché la luce sta assumendo sempre più un ruolo di “commodity” (si parla di lumen/dollaro, come se fosse alluminio, grano, olio, petrolio), mi sento di affermare che finché ci sarà una capacità critica del committente evoluto noi continueremo ad esistere. Nel futuro più immediato prevedo ancora un peggioramento qualitativo esteso a tutti gli ambiti applicativi: quando questo processo si concluderà avrà inizio un periodo di vero rinnovamento nel quale finalmente utilizzeremo le nuove tecnologie in modo razionale”.

(a cura di Massimo Maria Villa)

I LIBRI DI LUCE E DESIGN

Pietro Palladino – Manuale del Lighting Designer

Teoria e pratica della professione

Tecniche Nuove, 2018 – 159 pp.

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In dodici capitoli, più un appendice, corredati da numerosi Approfondimenti tematici per ogni capitolo, questo Manuale si propone come uno strumento di lavoro davvero efficace per il lighting designer e per chi voglia conoscere la materia della luce, anche in alcuni dei suoi aspetti nevralgici ma poco chiaramente trattati nella letteratura del settore, come Lafisiologia della visione a colori (nel Capitolo 5) o La Teoria e metrica del Colore (nel Capitolo 6).

Insieme a tutto ciò, questo Manuale è uno strumento utilissimo di aggiornamento per tutti e di sicuro riferimento per una corretta didattica della luce.

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