Luci della ribalta e lighting design negli spazi monumentali

luciVenezia, Arsenale: illuminazione delle Tese della Darsena Novissima per la presentazione di un film in occasione del Festival del Cinema 2017 (cortesia dell’autore)

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parola Guida: INTERPRETAZIONE

Alla Biblioteca Laurenziana di Firenze la guida spiega come Michelangelo, in contrasto con il suo committente Papa Clemente VII Medici, avesse concepito lo spazio del vestibolo d’ingresso quasi completamente buio: illuminato solo dalla tenue luce zenitale di una lanterna sulla copertura, lo scalone in penombra doveva essere il preambolo alla luce intensa della biblioteca, illuminata dalle finestre sui due lati del salone.

Non è sempre facile conoscere e comprendere quali fossero le originali intenzioni di architetti, scultori e pittori sull’illuminazione delle proprie opere: i contemporanei, del resto, proiettano continuamente sull’antico una propria idea di luce. “Un Donatello – insegnava Carlo Scarpa ai suoi allievi – non lo vedi sotto una vetrata alta, lo vedi vicino a una finestra con la luce che fa vibrare le delicatezze supreme” . Ogni intervento di lighting design in un contesto monumentale ne propone perciò sempre un’interpretazione, con tutti i vantaggi e i limiti.

La prima questione che si pone al progettista della luce in un contesto monumentale è che le variabili ambientali non possono essere tutte controllate: ne consegue che – per la diversità e la complessità dei problemi – il progettista è stimolato a idea re propri specifici strumenti d’azione.

Dalla luce di scena all’architettura

Ne sapeva qualcosa Mariano Fortuny, che fu tra i primi progettisti illuminotecnici, agli albori del Novecento, a escogitare un sistema di illuminazione con piantana e riflettore orientabile a luce indiretta, che ancora oggi possiamo ammirare in uso a Palazzo Ducale e alla Scuola di San Rocco a Venezia, dove i suoi “bracieri” illuminano i soffitti dipinti e istoriati.

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Venezia, Palazzo Ducale: il sistema di illuminazione a ”bracieri” ideato da Mariano Fortuny ancora in funzione per l’illuminazione dei soffitti (cortesia dell’autore)

Il concept per questi apparecchi proveniva dalle sue esperienze sulla luce teatrale, ma ben si prestavano anche alla ‘messa in scena’ degli apparati monumentali e furono apprezzati anche nel celebre trattato “Muséographie”, summa scientifica dell’omonima conferenza di Madrid del 1934.

L’origine del connubio luce monumentale-spettacolo data, perciò, quasi un secolo. Quando nel 1990 l’architetto e lighting designer Piero Castiglioni – dopo aver ripristinato i “bracieri” di Fortuny a San Rocco – progettò il sistema di illuminazione per l’edificio dell’AEM a Milano, ideò un apparecchio che si chiamava ‘Edge’, il quale lavorava con fasci a ventaglio (ottenuti con un’ottica definita da lenti Fresnel), che illuminavano, anziché tutta la facciata, solo l’intradosso delle grandi aperture dell’edificio disegnato alla fine degli anni ‘40 da Antonio Cassi-Ramelli.

La parola ‘edge’, che in inglese sta per bordo, margine, ciglio, orlo, illustra un approccio al progetto della luce che – con l’evoluzione e la miniaturizzazione delle sorgenti – è oggi divenuta consuetudine in molte realizzazioni di illuminazione per esterni e interni, in particolare nei contesti di restauro di edifici storici.

Le architetture storiche abbondano di modanature, cornici, aggetti e rilievi, che si prestano agevolmente per collocarvi apparecchi minuti a luce radente o focalizzata: in questi casi la mimesi, possibilità negata fino a pochi anni or sono da ingombranti apparecchi standard con sorgenti a scarica, incompatibili con gli interni di chiese e palazzi, può diventare uno degli atteggiamenti più praticati in questi interventi, apprezzati dai sovrintendenti per il carattere “non invasivo”.

Luce dai bordi, luce sui bordi, di cui solo l’occhio esperto sa cogliere la provenienza. Così le carezze di luce radente accendono le dorature e gli stucchi delle volte tardo cinquecentesche degli scaloni d’onore, esaltano, dopo i lavori di restauro dei marmi policromi, gli altari incastonati nelle navate laterali delle chiese, offrendoli alla fruizione attenta e meravigliata dei visitatori, che non devono più inserire la monetina per godere dell’opera adeguatamente illuminata. La luce dai bordi è, a tutti gli effetti, una “luce di ribalta”, che tende a spettacolarizzare i dettagli nascondendo la fonte di luce.

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Venezia, Chiesa di San Sebastiano: illuminazione con LED a scomparsa dopo i recenti restauri (cortesia dell’autore)
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Venezia, Palazzo Ducale: illuminazione radente della volta dello scalone (cortesia dell’autore)

La tendenza alla spettacolarizzazione del monumento

Esistono, infine, situazioni in cui l’interpretazione è spinta verso una dimensione apertamente spettacolare, dove però, a differenza dello spettacolo che ha una durata limitata, essa assume un carattere permanente.

Spettacolarizzazione del monumentale che ci rammenta l’intuizione di Renato Nicolini (assessore alla cultura della giunta Argan) che portò – nelle estati romane di fine anni ’70 – gli abitanti delle periferie a riscoprire la città di notte, con cinema e spettacoli alla basilica di Massenzio.

Fu l’inizio della stagione dell’effimero, dimensione che oggi investe in pieno la valorizzazione e la fruizione dei beni artistici e monumentali. Il recente intervento di regia luminosa sul Mosè di Michelangelo, a Roma nella tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli, dimostra come il connubio luce-spettacolo (pur operato su basi filologiche e accompagnato dai sofisticati software di gestione temporale messi in atto da Mario Nanni), rappresenti oggi una strada quasi obbligata. Con buona pace del compianto Nicolini.

(a cura di Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)