Smart lamp e Internet of light per la casa del futuro

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“NOTTI LED”, Smart mood light lamp, acquistabile su Amazon

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parole Guida: IBRIDAZIONI DELLA LUCE

Negli ultimi anni, forse influenzate dal successo delle forme aerodinamiche degli elettrodomestici Dyson, sono comparse sul mercato nuove tipologie di mosquito-killer, che sfruttano la combinazione tra luce e corrente d’aria.

Le vecchie insetticide da terrazzo con tubi fluo UV che attraevano le zanzare verso “friggenti” graticole fly killer, vengono così sostituite da apparecchi cilindrici in cui una luce azzurrognola attrae le zanzare catturandole, tramite un vortice d’aria aspirante, in una trappola senza via di scampo. Sono alimentate in 12 volt dallo stesso USB che ricarica i telefonini. C’è un unico problema: non funzionano. Per loro fortuna (ma nostra sfortuna) le zanzare sanno distinguere lo spettro cromatico di un LED da quello di una fluorescente UV.

Questi oggetti sono contemporanei all’introduzione sul mercato di una nuova serie di cosiddette Smart lamp, le ‘lampade intelligenti’ che, oltre a fare luce, come ogni buon oggetto ibrido, dovrebbero fare molte altre cose.

La democratizzazione (in chiave di accessibilità economica) della connettività applicata agli apparecchi di illuminazione si è concretizzata nel corso degli ultimi anni in una serie di oggetti che rispondono a due categorie principali: gli smart-lights bulbs, sorgenti luminose connesse e gli apparecchi connessi.

Com’è noto, per funzionare, le luci intelligenti devono essere collegate tra loro tramite un hub domestico, che consente di controllarle dallo smartphone, tablet o da un gadget fornito dall’azienda produttrice: se il sistema lo con-sente, si possono connettere direttamente allo smartphone senza necessità di alcun hub. Si sono inserite in questo mercato grandi aziende multinazionali di produzione, e retailer come Amazon o Ikea o anche semplici start-up.

La grande versatilità di questi sistemi intelligenti si riduce, alla fine, nella possibilità di programmare l’accensione e lo spegnimento del-le luci indipendentemente dal fatto di essere o meno in casa (nella speranza che ciò dissuada i malintenzionati), di modulare l’atmosfera luminosa degli ambienti (intensità, temperatura di colore e colorazione) e in poche altre cose. Come i mosquito killer “funzionano” assai poco. Le ragioni sono diverse

Bisogni occulti e bisogni reali

Come ha sostenuto Michele Zannoni nel suo recente libro “Progetto e interazione. Il design dei sistemi interattivi” (Quodlibet, 2018), la domotica è quasi sempre fallita perché ha messo in primo piano l’aspetto tecnologico rispetto ai bisogni delle persone.

Naturalmente, lo sappiamo, le persone spesso hanno bisogni di cui non sono consapevoli: però è sempre necessario che questo punto d’incontro tra evoluzione tecnologica e bisogni ad un certo punto avvenga.

Mark Zuckerberg, il cofondatore di Facebook, in un’operazione ai limiti dell’autoproduzione (ha studiato pur sempre ingegneria informatica), ha ideato e realizzato recentemente per la moglie una lampada crepuscolare (‘Soft light box’) in grado di suggerire, attraverso una flebile luce sul comodino, l’approssimarsi dell’ora della sveglia, evitandole così di guardare in continuazione l’ora sul telefonino prima di alzarsi: una sorta di dispositivo antiansia, potremmo definirlo, che si basa su un’alba artificiale programmabile.

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La “Soft Light Box” ideata da Zuckerberg per la moglie (courtesy: mymodernmet.com)

La modalità circadiana, che regola automaticamente l’intensità e la temperatura di colore della luce in risposta ai cicli della luce naturale – introdotta ora anche nei display dei telefonini – è un bisogno occulto: le persone non ne sono consapevoli. In molti concorsi europei indetti recentemente, viene chiesta come specifica che il sistema d’illuminazione risponda a protocolli che tengano conto di questo aspetto dell’interazione luce-cicli biologici.

Permettendoci un paragone, l’archetipo – anche formale – di questa integrazione (e ibridazione) della luce con altri dispositivi è la mitica “Radiolampada” di Adriano Rampoldi, disegnata per Europhon: forse la prima azienda in Italia a concepire apparecchi ibridi che integrassero la radio con altri dispositivi come orologi e lampade.

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Adriano Rampoldi, la “Radiolampada” (‘Radiosveglia H30’), disegnata per Europhon nel 1970)

E infatti oggi l’ibridazione tra luce colorata e modulabile e musica è una delle strade di ricerca di questi prodotti, come avviene per “Nanoleaf Aurora”, un sistema a luce LED definito da moduli triangolari assemblabili a parete e collegabili a sistemi audio. Resta )tuttavia aperto il problema di fondo di che cosa fare di questo potenziale di connettività.

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“Nanoleaf Aurora”, sistema a luce LED definito da moduli triangolari assemblabili

Morpheos, una start-up italiana con sede in Sicilia, ha ideato e prodotto “Momo”, una sorta di Home genius lamp, in grado di apprendere le abitudini e i comportamenti delle persone che vivono in una casa attraverso sensori gestiti da un algoritmo di intelligenza artificiale: in questo caso la lampada ha le funzioni di un robot collaborativo che aiuta, percependo le presenze, a monitorare e regolare le funzioni ambientali e la sicurezza domestica.

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Sistema “Momo” by Morpheos, Home genius lamp, in grado di apprendere le abitudini e i comportamenti delle persone che vivono in casa (cortesia foto: Morpheos)

Noi auguriamo a questa impresa ogni successo, nel frattempo continuiamo a volare indisturbati sul mercato delle novità come le zanzare dei fly killer, tenendoci a debita distanza di sicurezza dalle ibridazioni della luce, convinti che non saranno le tecnologie, ma le abitudini delle persone, a generare i prodotti del futuro.

 (a cura di Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

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