La prima Zecca d'Italia sarà il nuovo polo culturale romano

12/07/2019 - Il raggruppamento temporaneo, guidato da Atelier(s) Alfonso Femia/AF517 e composto da Principioattivo Architecture Group (co-progettista), For, Redesco, Tekser, dUCKS Scéno, Ott Art e TA Architettura, si è aggiudicato il concorso indetto dall’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato (IPZS) per la riqualificazione della storica sede situata nel Rione Esquilino, in via Principe Umberto, a Roma.

L’intervento proposto ha superato altri 7 team, grazie alla capacità di aver combinato “tradizione e innovazione attraverso il restauro in chiave contemporanea dell’edificio, conservando il carattere industriale degli ambienti”.

L’immobile, che occupa una superficie di 16000 m², vedrà sorgere “un polo culturale destinato alla valorizzazione museale delle risorse artistiche del patrimonio nazionale numismatico e una sezione di archeologia industriale”, insieme ad un archivio storico, una biblioteca, aree per attività didattiche, laboratori, un auditorium/centro congressi, uffici e servizi, un ristorante, una caffetteria e un bookshop.

"Il tempo di prendere il tempo" di Alfonso Femia
Ridare valore al patrimonio.
Occorre farlo con sincerità e con un sentimento di passione che ci guida a riscoprire tracce e origini di un progetto, di alcune scelte, di una storia.
La volontà che ci deve guidare è quella di volersi confrontare con la dimensione del tempo.
Occorre portare in fondo un pensiero progettuale che riporti a coerenza ciò che il tempo ci ha portato lontano alcune volte dai valori fondatori di un progetto , trasformandolo in un altro.
È un percorso spesso inevitabilmente fisiologico, di tutto ciò che attraversa il tempo, che questo si allontani allo scorrere dei momenti e delle differenti epoche, e se le stratificazioni successive e/o le modifiche apportate non sono state in grado di far evolvere l’opera in una altra dimensione di valore e contenuti , diventa importante riaffermarne l’identità originaria, o quanto più una dimensione vicina ad essa.

Il tutto si traduce in una serie di azioni che hanno l’obiettivo di liberare gli spazi, le superfici, l’architettura, il tempo.

Punteggiature storiche come le macchine del conio, diventano presenze fisiche non silenti nel loro prendere forma negli spazi liberati.

Le corti riaperte e i lucernari che riprendono una grammatica a shed, dal ritmo incessante, ci permettono di ricostituire un rapporto delicato e dolce della luce all’interno del Palazzo.

Il nuovo non è immaginato come una addizione o un elemento autonomo, ma vuole essere una parte naturale, in equilibrio all’interno dei rapporti volumetrici originari, senza entrare con essi né in competizione né in subordinazione ma cercando di farne parte integrante, per geometria, allineamenti, ritmi.

Una materia e un colore unitario che reagisce alla luce e al cielo della città dialogano con la matericità minerale della preesistenza, in un continuo rapporto tra filtri, luci, ombre e riflessi.

Come la sensazione delle dita che scorrono cercando il profilo della filigrana, il contemporaneo si inserisce nella storia.

È giunto il tempo di prendere il tempo affinché un patrimonio culturale ritorni ad appartenere alla vita e alla storia della città di Roma e dell’uomo.”

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