Microplastiche: non solo una minaccia per gli oceani

L’inquinamento da microplastiche colpisce il suolo e l’aria, a partire dai nostri ambienti quotidiani.

 

(Rinnovabili.it) – Le microplastiche sono particelle microscopiche prodotte nel momento in cui forze fisiche, chimiche o biologiche rompono pezzi più grandi di detriti di plastica.

Esiste, a buona ragione, una diffusa preoccupazione tra gli scienziati e l’opinione pubblica sul fatto che questi piccoli frammenti sintetici stiano influenzando negativamente gli ecosistemi marini. Tuttavia, pare che i mari e gli oceani non siano le sole vittime dell’inquinamento da microplastiche. A mettere in luce questo dato è uno studio condotto da un team di ricerca del Virginia Institute of Marine Science (USA).

 

Lo studio, apparso su Journal of Geophysical Research, mostra che le microplastiche sono un fenomeno globale che non può essere adeguatamente compreso o affrontato solo nel contesto dell’ambiente marino. Le materie plastiche, infatti, vengono prodotte, utilizzate e scartate a terra e si disperdono attraverso il suolo, i fiumi e l’atmosfera. Ma non solo. I ricercatori osservano che l’ambito globale della questione si estende anche alla sfera sociale e quotidiana. “Dobbiamo riconoscere che l’inquinamento da microplastica è un problema internazionale che non rispetta i confini politici, affermaMeredith Seeley, co-autrice dello studio. “Come per i cambiamenti climatici e la gestione delle specie, i paesi più sviluppati e quelli emergenti dovranno cooperare per trovare soluzioni eque“.

 

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A questo proposito, un obiettivo dell’articolo è ottenere un più ampio riconoscimento del fatto che plastica è un termine generico per una gamma complessa di materiali che variano per composizione chimica, dimensioni, consistenza e forma, inclusi pellet, frammenti e fibre. Un ulteriore elemento di complessità è dovuto al fatto che le materie plastiche sono spesso impregnate di additivi, inclusi inibitori UV, che già da soli possono avere impatti ambientali e sulla salute.

 

“Le persone spesso assumono che tutte le materie plastiche siano uguali e si comportino in modo identico nell’ambiente”, afferma Robert Hale, docente del Virginia Institute of Marine Science, “ma non è affatto così”. I ricercatori, quindi, sottolineano che le caratteristiche delle microplastiche possono cambiare durante e dopo l’uso, e la complessità della gestione dell’inquinamento da microplastiche diventa ancora più complicata quando questi minuscoli frammenti entrano nell’ambiente e iniziano a mescolarsi con i materiali naturali, anche a causa delle condizioni meteorologiche (es. le piogge).

 

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Per capire i comportamenti di questi micromateriali, gli autori raccomandano alla comunità scientifica di andare oltre gli studi di singoli habitat, gamme di dimensioni, tipi di polimeri o forme, ma di impegnarsi in approcci più sistemici e olistici che tengano in conto le mutevoli caratteristiche delle microplastiche e i loro impatti sulla salute e sugli ecosistemi.

 

Questo significa, dunque, doversi dotare di strumenti di analisi migliori. “Per comprendere gli impatti reali delle microplastiche”, afferma Hale, “dobbiamo migliorare le nostre capacità di campionamento e analisi, inclusa la capacità di studiare le nanoplastiche. Le nanoplastiche sono particelle ancora più piccole delle microplastiche, con dimensioni che vanno da 1 nm a 1.000 nm (1 µm). Per avere un’idea della loro grandezza, si pensi che un filamento di DNA è largo circa 2,5 nm.

 

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Hale afferma che gli attuali strumenti all’avanguardia, come i microscopi FTIR e Raman, “forniscono informazioni davvero eccezionali quando si entra in una singola particella di microplastica. Il problema, però, è che molti campioni contengono migliaia di particelle diverse e molte di queste particelle sono molto, molto piccole. Attualmente, la nostra capacità tecnologica non riesce a scendere al di sotto di 10 µm e, in termini di effetti sugli organismi, è piuttosto certo che le particelle più piccole possano essere anche le più tossiche.

 

Le preoccupazioni dei ricercatori, infatti, riguardano i potenziali impatti delle micro- e nanoplastiche sulla salute umana. “Ci sono preoccupazioni soprattutto sull’ingestione di microplastiche dai frutti di mare, ma gli ambienti chiusi sono la nostra più grande minaccia diretta, afferma Hale. “Molte persone trascorrono quasi tutto il loro tempo al chiuso, in spazi che sono sempre più isolati con materiali quali la schiuma di polistirolo. La nostra esposizione a microplastiche dovuta alla respirazione di polvere può avere conseguenze tossicologiche, ma ci sono ancora pochissime ricerche a riguardo“. Per far fronte a queste preoccupazioni, Hale e colleghi stanno lavorando su uno spettrometro di massa che si spera consentirà di analizzare meglio i contaminanti chimici associati alle microplastiche.

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