Perché non ho votato il Decreto Semplificazioni

Decreto Semplificazioni
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di Rossella Muroni

L’avevo detto dopo il decreto Rilancio e con il disegno di legge di conversione del decreto Semplificazionimi sono vista costretta a passare ai fatti, così sono uscita dall’Aula mentre alla Camera si votava il testo. Una decisione sofferta, dettata dalla delusione e dalla coerenza.

Questo governo è nato e ha ottenuto la fiducia del Parlamento sulle priorità dello sviluppo sostenibile e del Green deal. Salvo poi lasciare l’ambiente in stand-by e fare alcuni gravissimi passi falsi. Ieri con gli incentivi pubblici anche alle auto diesel, oggi sull’energia. Già perché con il provvedimento sulle Semplificazioni da un lato non si è riusciti a sostenere in modo adeguato gli impianti e le fonti rinnovabili, ma dall’altro siamo stati bravissimi ad aiutare, ancora una volta, i signori delle trivelle e delle estrazioni di idrocarburi. Scelte per me inaccettabili.

Penso che la coerenza sia un valore da difendere, non si può sbandierare la svolta green del Paese e poi, nei fatti, fare il contrario. Tanto più che il sistema Italia ha un urgente bisogno di accelerare la transizione energetica per affrontare la crisi climatica e raggiungere quella neutralità climatica che l’Europa prevede al 2050. Promuovere il passaggio da una generazione energetica fossile a una sempre più rinnovabile e diffusa e quindi decarbonizzare la nostra economia non solo è necessario per scongiurare il collasso climatico, ma è anche una grande opportunità di innovazione tecnologica e sviluppo economico. Lo dice un rapporto dell’International Renewable Energy Agency: se la comunità internazionale desse un forte impulso allo sviluppo delle rinnovabili, tale da restare in una traiettoria climaticamente sostenibile, a livello globale l’occupazione nel settore energetico potrebbe passare dai circa 58 milioni attuali a 100 milioni entro il 2050.

Al contrario nel nostro Paese lo sviluppo delle fonti pulite resta frenato dalla burocrazia dei lunghi iter autorizzativi. Basti pensare che per costruire un campo eolico in Italia servono in media 5 anni, così al momento dell’avvio della produzione la tecnologia utilizzata è già diventata vecchia. Ecco perché avremmo drammaticamente bisogno di semplificare. Ma con regole certe e chiare, in settori e interventi ben individuati. Al sistema Italia servirebbero, ad esempio, procedure più snelle per il revamping degli impianti di energia pulita esistenti, per realizzare nuovi impianti di rinnovabili distribuiti sul territorio e di dimensioni contenute, per spingere sulle comunità energetiche. Per questo la delusione è stata tanta nel constatare che le modifiche per fare passi avanti significativi non hanno avuto spazio nel passaggio parlamentare del decreto Semplificazioni.

C’è stata qualche concessione, come una semplificazione per la realizzazione degli accumuli delle rinnovabili e gli incentivi anche per il fotovoltaico su cave o discariche dismesse. Ma la parte del leone l’hanno fatta ancora una volta i fossili: il provvedimento riduce i vincoli autorizzativi per la costruzione di nuovi oleodotti, abbassa le royalties sulle trivellazioni a terra e in mare e agevola lo stoccaggio di CO2. Tutte misure che sembrano scritte più pensando agli interessi dell’Eni che a quelli del Paese.

Come se non bastasse tutto questo c’è anche la delicatissima questione di bandi e appalti pubblici, con la disciplina speciale che prevede affidamenti diretti fino a 150 mila euro e procedure negoziate fino 5,3 milioni estesa fino a tutto il 2021. Così come resta legato a paradigmi del passato il lungo elenco di opere e commissari in cui non si ravvisano priorità, né criteri di sostenibilità ed utilità.

C’è una sola ottima notizia: nell’esame del decreto è stata accolta una proposta di modifica firmata dal gruppo LeU al Senato per rendere più efficace la lotta all’abusivismo edilizio avocando ai prefetti, meno condizionabili dal consenso popolare rispetto ai Comuni, l’esecuzione degli interventi di abbattimento degli immobili abusivi colpiti da ordinanza di demolizione. Si tratta di una battaglia storica di Legambiente, una modifica che io stessa avevo promosso con una proposta di legge e alcuni emendamenti a precedenti decreti e che finalmente è passata. Ma come dicevo le buone notizie si fermano qui. Una luce che da sola non basta a rischiarare le pesanti ombre di questo provvedimento, l’ennesima occasione persa per le battaglie ambientaliste che mi sono impegnata a portare avanti in Parlamento.

Servono più visione, più coraggio e più ambizione. Avrei voluto contribuire a modificarlo ma la fiducia posta dal governo – l’ennesima – me lo ha impedito. Per tutti questi motivi, in coscienza, non ho potuto votarlo.

Rossella Muroni, ecologista e vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera

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