Un rapporto del consorzio Caad ricostruisce la disinformazione sul clima online prima, durante e dopo la Cop27

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Disinformazione sul clima: i negazionisti all’arrembaggio della Cop27

via depositphotos.com

Prima, durante e dopo la Cop27 di Sharm el-Sheikh, le compagnie fossili o enti a loro collegati hanno speso 4 milioni di dollari per riempire Facebook e Instagram di annunci colmi di greenwashing e disinformazione sul clima.

Nel frattempo, su Twitter il negazionismo del climate change viaggia col vento in poppa attraverso il boom dell’hashtag #ClimateScam (“truffa climatica”), che viene attivamente messo tra i suggeriti dalla compagnia da quando l’ha comprata Elon Musk.

Anche l’ultimo summit internazionale sul clima è stato al centro di un’intensa attività di disinformazione online, proprio come a Glasgow nel 2021. Un’attività tentacolare, pressante, che si lega a teorie cospirative per sgonfiare il supporto pubblico all’azione climatica. Spesso facendo leva sulle paure della gente o su posizioni polarizzanti. È quello che emerge dal monitoraggio effettuato tra settembre e novembre 2022 dal consorzio Caad (Climate Action Against Disinformation), ombrello che riunisce 13 tra ong e istituti di ricerca tra cui Friends of the Earth, l’Union of Concerned Scientists e l’università di Exeter.

È tutta una truffa! La nuova disinformazione sul clima

Tra il 29 ottobre e il 27 novembre -cioè le settimane a ridosso della Cop27- sono diverse le narrative contro l’azione climatica più potenti circolate online. Almeno 267mila post scritti da quasi 140mila utenti unici e condivisi cica 1,3 mln di volte. E non mancano le sorprese.

Solitamente, il claim più diffuso e più efficace è l’evergreen “il climate change è una bufala”. L’anno scorso invece questa narrativa ha ceduto il primo posto ad un’altra, più sottile e complessa da smontare: l’idea che “chi agisce per il clima è un allarmista”. Attacchi contro esponenti dei movimenti per il clima, teorie cospirative sulle politiche climatiche e gli scienziati del clima, attacchi alla scienza del clima in quanto tale sono i temi riscontrati in almeno il 13% del campione totale analizzato.

Il negazionismo puro e semplice non manca, anzi torna più forte di prima. #ClimateScam è ben rappresentato nel campione di post sui social passato al vaglio nel rapporto. E questa narrativa tende a saldarsi con alcune teorie cospirative di lungo corso, per così dire.

Su tutte il “Great Reset”, cioè l’idea che una cricca di persone, poche e ricchissime, solitamente individuate nella “élite” che ruota intorno al World Economic Forum, stia perseguendo un piano per imporre uno Stato globale totalitario. In questo caso usando le politiche sul clima. Una narrativa che a sua volta richiama e si salda con quella, più datata, del Nuovo Ordine Mondiale. Entrambe hanno da tempo una buona circolazione soprattutto in ambienti di destra estrema e radicale e in parte in ambienti di estrema sinistra. Ed entrambe hanno ripreso vigore grazie al Covid-19 e alle infinite teorie cospirative che lo stanno accompagnando.

L’altro grande filone -il pendant concettuale del Great Reset totalitario- è la narrativa secondo cui l’azione per il clima sarebbe un escamotage per prendere il controllo della politica e distruggere l’ordine capitalista. In questo caso per instaurare un regime di stampo comunista. Possono sembrare fanfaronate, ma è in questa cornice che vengono lette e presentate le posizioni di molti attivisti ambientali, da Greta Thunberg in giù. Accusati di “wokewashing”, in un prosieguo “climatico” delle culture wars che caratterizzano lo spazio pubblico estremamente polarizzato di questi ultimi anni – come ha ben documentato lo stesso Caad in un rapporto di giugno 2022.

La scienza contro il clima

Nuovo capitolo della disinformazione sul clima, almeno per i volumi di traffico generati e per il rinnovato vigore con cui viene proposto, è l’idea che non esista un vero consenso scientifico sull’origine antropica del climate change, e quindi che sia possibile e solida una scienza climatica “alternativa” che smonta una dopo l’altra ogni prova della crisi climatica.

Peccato che il 99,9% degli scienziati climatici sia concorde: la crisi climatica è reale e la stiamo già vivendo appieno. Per aggirare questa risposta, i negazionisti usano sempre di più l’accusa ai famigerati “media mainstream”: sarebbero loro a dipingere questo consenso, in verità inesistente, tra gli scienziati. E ne seguono post zeppi di verità pseudo-scientifiche con tanto di grafici o dati. (D’altronde, diversi studi provano che in genere tendiamo a ritenere più affidabile un contenuto corredato da grafici e numeri a prescindere da altri elementi, ad esempio chi li ha forniti e verificati).

Tanti i temi usati. “In altre epoche il pianeta era più caldo” è uno dei più gettonati. E solitamente viene corredato da informazioni parziali o fuori contesto, il più delle volte usando un fatto locale (“Nel ‘300 d’inverno passi alpini come il Gran San Bernardo erano sgombri, niente neve!” è uno di quelli che circola più spesso in Italia insieme alla versione con Annibale) o al più regionale per trarne delle conclusioni globali.

Le mille vie del negazionismo

Non c’è una regia unica dietro la disinformazione sul clima. Lo si vede dall’analisi dei network che diffondono i post incriminati. Anche se emergono chiaramente dei nodi più prolifici di altri. Anche l’abbondante diversità dei contenuti riflette questa mancanza di centralizzazione.

La disinformazione sul clima continua a spingere su tasti molto diversi. Come il costo della vita, che aumenterebbe a causa delle politiche climatiche (in parte è vero, ma non è una truffa: finora, semplicemente, abbiamo vissuto a credito in questa parte di mondo). Un aspetto, questo, che è stato usato per denunciare l’accordo sui Loss and Damage come un trasferimento “ingiusto” verso i paesi meno sviluppati. La ragione? In Occidente le bollette costano care, stiamo già pagando il giusto…

“La tecnologia verde è inaffidabile” è un altro tema. Si sottolineano i supposti costi stratosferici di riciclare le turbine e pannelli solari, l’impatto ambientale e sociale dell’estrazione di terre rare (il problema esiste, ma nessuno lo nega), la presunta eccessiva scarsità dei minerali critici.

Il caro vecchio greenwashing delle compagnie fossili

Non poteva mancare la solita campagna di disinformazione portata avanti dalle aziende fossili a suon di annunci fuorvianti. La narrativa più spinta, in questo caso, è che le fossili siano necessarie e non se ne possa (mai) fare a meno. Ma la Cop27 è stata anche il 1° vertice sul clima dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, così uno dei termini più gettonati per argomentare l’utilità delle fossili è “indipendenza energetica”.

Una enorme quantità di annunci online, infine, continua a rispolverare il presunto grande contributo di queste aziende all’obiettivo della neutralità climatica, senza ovviamente fare menzione delle centinaia di miliardi di dollari che sono ancora investiti in asset fossili e della lentezza con cui si stanno impegnando per trasformare strutturalmente il modello di business.

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