LUCE MOVIMENTO

La prima importante mostra antologica dedicata a Marinella Pirelli (Venezia, 1925 – Varese, 2009), ospitata negli spazi dell’Arengario del Museo del Novecento a Milano, riscatta dall’oblio la sua creatività poliedrica e la sperimentazione di linguaggi condotta negli anni Sessanta e Settanta nell’ambito della luce e del movimento. 

Pittrice, illustratrice, attrice e scenografa, l’artista autodidatta, ancora sconosciuta al grande pubblico, è tra le innovatrici intorno allo studio della rifrazione e della diffrazione della luce, nel tentativo di definizione degli oggetti in termini luminosi, attratta dal cinestetismo di Bruno Munari, che nel 1962 fonda con Marcello Piccardo lo studio cinematografico di Monteolimpo. Un progetto nel quale, in una prima fase, Marinella Pirelli viene coinvolta, mentre nello stesso anno partecipa alla mostra “Arte Programmata” ospitata nel negozio di Olivetti di Milano. Visitabile fino al 25 agosto, l’imperdibile mostra intitolata “Luce movimento. Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli”, a cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti e prodotta da Comune di Milano/Cultura con Electa, in collaborazione con l’archivio Pirelli, presenta l’aspetto più innovativo delle sue pionieristiche ricerche ottico-cinetiche intorno alla materia luminosa e trasparente, in cui luce, forma e colore divengono ambiente. Le sue forme sinestetiche, mai didascaliche, svelano il suo potenziale espressivo, meno legato alla temporizzazione dell’oggetto, come per esempio si vede nel Gruppo T (fondato nel 1959), più concentrata invece sulle immagini in movimento, sul cinema.

Marinella Pirelli
Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto di Gianni Berengo Gardin – Contrasto

È più eloquente, più di altre parole, una dichiarazione dell’artista: “Talvolta il mio lavoro è stato segnalato come riferibile all’arte cinetica, ma è un modo non corretto di giudicarlo. Io adopero sì sorgenti di luci e motorini che danno il movimento, ma se è per questo il cinema potrebbe essere Arte Cinetica. Gli strumenti sono solo accessori”.

Risale al 1968 il film Naturale-artificiale,anche se l’interesse per il cinema inizia alla fine degli anni Cinquanta. Tragli anni Sessanta e Settanta l’autrice realizza sedici film in 16 mm, in cui glistudi della luce, al centro della sua ricerca anche nei dipinti e nellagrafica, come si vede in mostra, si concentrano sul movimento che si faimmagine attraverso la proiezione.

La mostra, suddivisa in 8 sale, da percorrere più che da raccontare, si apre con i suoi lavori come animatrice presso la Filmeco, neonata casa di produzione di informazione pubblicitaria di Roma. Incanta il suo primo film d’animazione Gioco di Dama (1961-63), in cui danza una figura femminile su una scacchiera, per poi vederla in movimento in un giardino le cui mattonelle ricordano gli incroci della tavola da gioco da cui la protagonista ha preso vita. Merita attenzione anche il secondo film Pinca ePalonca (1963-64), in cui il soggetto è la competizione e rivalità di due vicine di casa nella cura di un fiore appena sbocciato. La pellicola evoca Neighbours (titolo francese: Vision, 1952) di Norman McLaren, che ritrae due uomini in una disputa accanita per accaparrarsi un pezzo di terra dove è germogliato un fiore.

  • Marinella Pirelli
    Sequenza di rotazione di sfera luce da 360°,stampa fotografica, 1971 ca., Courtesy Fabio Donato© Fotografia di Fabio Donato
  • Marinella Pirelli
    Ambiente delle luci / Ambiente dei fiori,Galleria Futura 3, Modena, 1971, Courtesy Fabio Donato© Fotografia di Fabio Donato

In questi film Marinella Pirelli, seppure agli albori della sua ricerca, in maniera autonoma già svela il suo interesse per la costruzione del movimento e le trasformazioni di luce insite nel linguaggio cinematografico, con uno sguardo più introspettivo. Sala dopo sala, lo spettatore individua due filoni paralleli sviluppati nella sua produzione filmica: da un lato emerge quello legato alle esperienze ottico-cinetiche, dall’altro l’interesse per la video arte, in cui il corpo diviene protagonista. In particolare si sofferma sulla condizione femminile, come si vede nel film Narciso (1966/7), nato in seguito all’incontro con Carla Lonzi, in cui l’autrice riprende parti del suo corpo e indaga la dialettica tra parola e immagine. Tra cinema sperimentale, studi e ambienti di luce, progetti, fotografie, forme astratte e grafismi di luce, con questa mostra, che risponde anche alla volontà di rintracciare filologicamente le radici della ricerca di Marinella Pirelli secondo un criterio cronologico e tematico insieme, per la prima volta si entra nel vivo del suo lavoro: dal primo filmato di animazione al 1974, anno in cui l’artista, dopo la scomparsa del marito Giovanni Pirelli, smette di lavorare per chiudersi in un silenzio durato vent’anni.

  • Marinella Pirelli
    Film Ambiente, 1968-69 (versione 2004), ferro, acciaio, legno, materiale plastico,immagini in movimento, suono. Veduta dell’installazione presso la mostra a Villa Panza (Varese).Copyright Sergio Tenderini © Sergio Tenderini Fotografia
  • Marinella Pirelli
    Film Ambiente, 1968-69 (versione 2004), ferro, acciaio, legno, materiale plastico,immagini in movimento, suono. Veduta dell’installazione presso la mostra a Villa Panza (Varese).Copyright Sergio Tenderini © Sergio Tenderini Fotografia

Al centro del percorso espositivo incanta Film Ambiente (1969), formato da pannelli in policarbonato disposti secondo un reticolo modulare, adattabile in base all’apertura focale dell’obiettivo del proiettore cinematografico e alle dimensioni dello spazio in cui si inserisce. Concepito come un’istallazione immersiva, straniante, secondo la tendenza del “Cinema espanso”, l’intento è quello di sfondare la visione su schermo unico: una struttura cinematografica percorribile dai visitatori che interagiscono entrando a far parte dell’opera attraverso luci e proiezioni. E se come dice l’artista, “La cinepresa era il mio partner. Ognuno di voi è ora il mio partner”, usciti da questa mostra, più consapevolmente si comprende come la luce non soltanto richiede la partecipazione attiva dello spettatore, ma anche presuppone l’alterazione dell’immagine e la smaterializzazione dello spazio. E se le mostre passano, il catalogo resta, prezioso manuale da studiare che evidenzia come e quando la sperimentazione di linguaggi transmediali, indagati dal Dopoguerra a oggi, apre la strada alla light art del nuovo millennio.

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